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Frammento
di La speranza. Di André Malraux. |
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Frammento
di L'esperanza.De André Malraux.
Capitolo II
Esercizio dell'apocalisse.
Si metteva il sole.
Le tre fattorie prese e fortificate per quanto possibile,
rovesciati a comandare a Toledo i miliziani che avevano
attaccato a scoperto la prima fattoria, e date le
istruzioni agli ufficiali, Jiménez, con una
bella croce di taffettà inglese alla sinistra
del suo cranio rapato, camminava con Manuel verso
San Isidro, dove si organizzavano gli alloggiamenti
della colonna. La strada era colore di lastre rosicchiate
per i ciottoli; fino all'orizzonte, niente che non
fosse pietra, e gli arbusti spinosi che crescevano
qua e là sembravano armonizzare i suoi rami
appuntiti coi salienti delle rocce gialle.
Manuel pensava in alcuni frasi che Jiménez
aveva appena detto agli ufficiali della colonna. "In
una maniera generale, il valore personale di un capo
è tanto più grande quando più
grande è la sua brutta coscienza di capo. Ricordino
voi che abbiamo molta più bisogno di risultati
che di esempi." Manuel camminava lentamente per
non affrettarsi al colonello che trascinava la sua
gamba; anche la claudicazione faceva parte delle notizie
false.
—I nuovo hanno litigato bene, verità?-domandò
Manuel.
—Sé.
—I fascisti fuggirono senza combattere.
A causa del suo semisordera, a Jiménez gli
piaceva parlare mentre camminava e monologare.
—In Talavera, è la dispersione, ragazzo.
Attaccano con carri armati italiani.... Il coraggio
è qualcosa che si organizza che vive e che
muore che deve mantenere come i fucili.... Il coraggio
individuale non è più che una buona
materia prima per il coraggio delle truppe.... non
c'è un uomo su venti che sia realmente vigliacco.
Due su venti sono organicamente coraggioso. Bisogna
fare una compagnia eliminando al primo, usando la
cosa migliore possibile gli altra due ed organizzando
i diciassette restanti...
Manuel ricordava un'avventura che faceva parte del
folclore della colonna: Jiménez, salito nella
capote del suo Ford, ripeteva ai miliziani del suo
reggimento, formati intorno al suo vaso, le sue istruzioni
contro il bombardamento di aeroplani: una squadriglia
nemica, appena arrivo dell'Italia, era partita quella
mattina per Toledo. "La bomba di aeroplano esplode
come un fiore di innaffiatoio." Gli uomini mettevano
un viso terribile; sette bombardieri nemici, scortati
per aeroplani di caccia, stavano per mettersi in fila
per passare al di sopra della piazza. Il colonello
era sordo, ma la brigata sentiva i motori. Ricordo
loro "che in quelli casi, la paura e la temerarietà
sono altrettanto inutili. Niente di quello che sta
sotto un metro può essere raggiunto. Ad una
compagnia distesa, la bomba di un aeroplano può
ferire solo a quelli che stanno nel posto stesso in
cui cade." È sempre così, pensavano
gli uditori che occhieggiavano verso il cielo e sentivano
la profonda vibrazione dei motori aumentare di secondo
in secondo. Si aveva bisogno di tutta l'autorità
di Jiménez affinché i miliziani non
si gettassero prono. Tutti sapevano come aveva preso
il hotel Colombo. I nasi si alzavano ostensibilmente.
Manuel, col pollice, senza muoversi, aveva mostrato
il cielo. "Corpo a terra tutto il mondo!",
aveva gridato Jiménez. Gli ufficiali si misero
subito corpo a terra. Il primo bombardiere nemico,
vedendo sparire la concentrazione dalla sua mira,
aveva lanciato a caso le sue bombe sul paese e gli
altri avevano conservato le sue per Toledo. Ci fu
solo un ferito. Da allora, nei miliziani di Jiménez
era sparito il terrore dagli aeroplani.
"Estranea cosa, la guerra: fino a per il capo
più brutale, ammazzare è un problema
di economia: spendere la cosa più possibile
ferro ed esplosivo per spendere il carne viva meno
possibile. Non abbiamo molto ferro..."
Manuel sapeva che, il regolamento della fanteria spagnola,
inestricabile, fino a Clausewitz e le riviste tecniche
francesi, egli non cessava di imparare la guerra attraverso
le grammatiche: Jiménez era una lingua viva.
Dietro il paese si infiammavano i primi animi dei
miliziani. Jiménez li guardava con amaro affetto:
—Discutere le sue debolezze è completamente
inutile. Dal momento in cui le genti vogliono battersi,
ogni crisi dell'esercito è una crisi di direzione.
Io ho servito in Marocco: i moro, quando arrivano
al quartiere, creda lei che sono magnifici? Ovviamente,
saremo obbligati a fare una disciplina repubblicana
per tutte le nostre truppe, o smettere di vivere.
Ma, ancora ora, lei, mio figlio non si sbagli: la
nostra crisi profonda è una crisi di comando.
Il nostro compito è più difficile di
quella dei nostri avversari, quello è tutto...
"Quello che organizzano i suoi amici, i signori
comunisti-chi mi sarei detto che doveva passeggiare
amichevolmente con un bolscevico!-, quello che organizzano
i suoi amici, quello 5.º reggimento, se non è
la Reichswehr, è tuttavia serio. Ma con che
cosa armi l'armeranno quando sia un corpo dell'esercito?
—La barca messicana è arrivata da Barcellona.
—Venti mille fucili.... non ci sono Quasi aeroplani....
non ci sono Quasi cannoni.... Le mitragliatrici...
lei ha visto, mio figlio, è una per ogni tre
compagnie. In caso di attacco, gliela prestano. La
lotta non è tra i moro di Franco ed il nostro
esercito-che non esiste oramai-: è tra Franco
e l'organizzazione del nuovo esercito. I miliziani
rimane loro solo, sfortunatamente, farsi ammazzare
per guadagnare tempo. Ma questo esercito, dove troverà
i suoi fucili, i suoi cannoni, i suoi aeroplani? Improvviseremo
più rapidamente che un'industria un esercito.
Fonte: Malraux, André. La speranza. Traduzione
di José Bianco. Messico: Editoriale Hermes/Sudamericana,
1979.
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